Ci sono film che raccontano un’epoca.
E poi ci sono film che provano a contenerla tutta.
Novecento è questo: un’opera smisurata, ambiziosa, a tratti contraddittoria, che non si limita a narrare il XX secolo italiano, ma tenta di incarnarlo. Non attraverso la cronaca, ma attraverso i corpi, le passioni, i conflitti e le illusioni di chi lo ha attraversato.
Bernardo Bertolucci non cerca la sintesi. Cerca l’eccesso. Perché per raccontare un secolo, secondo lui, la misura non basta.
Due nascite, due destini
Il film si apre con una doppia nascita: Alfredo e Olmo, nati lo stesso giorno nella stessa campagna emiliana, ma da famiglie opposte. Uno figlio dei proprietari terrieri, l’altro dei braccianti. È da questa coincidenza che Novecento costruisce la sua struttura simbolica.
I due personaggi crescono insieme, si separano, si ritrovano, diventando figure allegoriche più che individui realistici. Alfredo incarna una borghesia incerta, colta ma incapace di rinunciare davvero ai propri privilegi. Olmo rappresenta il mondo contadino, la coscienza politica, la lotta collettiva.
Il loro rapporto non è solo amicizia o rivalità: è la messa in scena di un conflitto storico irrisolto.
La Storia come forza che schiaccia
In Novecento la Storia non è uno sfondo neutro. È una forza che entra nelle case, nei campi, nei rapporti umani. Il fascismo, in particolare, viene mostrato come violenza quotidiana, non come evento eccezionale. Non nasce dal nulla, ma si insinua nelle paure, nei rancori, nei desideri di ordine.
Il personaggio di Attila è l’incarnazione più estrema di questa brutalità. Non è solo un cattivo, ma una funzione: il volto di un potere che si nutre dell’umiliazione altrui. Bertolucci non lo rende complesso, perché non vuole giustificarlo. Vuole mostrarne l’orrore nudo.
Politica, corpo, ideologia
Uno degli aspetti più discussi di Novecento è il suo rapporto con la politica. Il film è dichiaratamente ideologico, ma non dogmatico. Bertolucci crede nel cinema come strumento di presa di coscienza, ma non rinuncia alla sensualità, all’ambiguità, alla contraddizione.
Il corpo diventa terreno di scontro: erotico, violato, liberato. La lotta di classe passa anche da lì, dal modo in cui i personaggi vivono il desiderio, la vergogna, il potere. In questo senso, Novecento è un film profondamente fisico, dove la Storia si scrive sulla pelle.
Un’opera imperfetta, e per questo viva
Novecento è lungo, dispersivo, a tratti retorico. Ma è proprio questa imperfezione a renderlo vivo. Bertolucci non cerca l’equilibrio, ma la traccia. Vuole lasciare un segno, anche scomodo, anche discutibile.
È un film che non chiede di essere amato incondizionatamente, ma di essere affrontato. Richiede tempo, attenzione, disponibilità al confronto. Come la Storia che racconta.
Ultima inquadratura
Novecento non è solo il racconto di un secolo passato.
È una domanda rivolta al presente: cosa resta delle lotte, delle ideologie, delle speranze collettive?
Forse non risposte chiare.
Ma la consapevolezza che la Storia non è mai astratta. Vive nei rapporti di potere, nelle scelte quotidiane, nei silenzi e nelle complicità.
E finché continuerà a farlo, film come Novecento resteranno necessari.
Per approfondire, questo libro resta un punto di riferimento fondamentale.
Commenti
Posta un commento